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Lavoro e no

Negli scorsi mesi abbiamo assistito ad una polemica piuttosto accesa sul bilancio da farsi riguardo al primo anno di funzionamento del Jobs Act, un 2015 durante il quale, in parallelo al nuovo regime dei contratti, hanno avuto corso anche gli incentivi alle imprese per le assunzioni e le stabilizzazioni dei contratti a tempo indeterminato.

La materia del dibattere è molto complessa e di difficilissima interpretazione. A me interessa toccare l’argomento solo per evidenziare alcuni aspetti, sulla scia delle considerazioni affidate dal prof. Ricolfi ad articoli ed esternazioni sul tema.
E allora i dati, innanzitutto.
Se si guarda alla crescita dell’occupazione precaria, vediamo che questa è salita dall’11,7% del marzo del 2004 al 14,3% del dicembre del 2015, ovvero di circa il 2,5% in undici anni. Significa che l’occupazione precaria è aumentata più di quella a tempo indeterminato, ma non siamo a livelli patologici e, anzi, piuttosto in linea con la media europea. Da un altro punto di vista, però, non si può non denunciare il largo abuso che è stato fatto negli ultimi anni ricorrendo indiscriminatamente ai voucher, ovvero una soluzione che venne introdotta per contrastare il lavoro nero e che è andata invece nella direzione di disincentivare la formalizzazione di certi rapporti di lavoro – oltre che produrre mancati introiti per lo stato.
Spostandoci invece ai contratti a tempo indeterminato, si può vedere come il loro numero sia aumentato nel 2015 sia rispetto al 2014 che al 2013, ma non rispetto al 2012 – comunque un anno di recessione e non di crescita. Il che può voler dire molte cose, e tra queste che il numero di nuovi contratti a tempo indeterminato forse non è tale da poterci permettere di parlare di una inversione di marcia. A tal proposito è curioso notare come i contratti a tempo indeterminato che sono stati attivati lo scorso anno si siano concentrati all’inizio e alla fine dell’anno, come ad indicare che l’entrata in vigore e la cessazione degli incentivi siano stati i principali motivi dell’aumento dell’occupazione stabile.
Un dato che sembra aver perso un po’ di appeal rispetto al passato recente è poi quello dell’occupazione giovanile, forse perché è sempre stabile ormai da anni poco sotto al 40%, e sembra essere dunque quasi un fattore contestuale, normalizzato all’interno delle nostre coscienze. Stesso destino sembra aver colto anche il dati sui neet, ovvero quei milioni di giovani che non sono impegnati né nello studio, né nel lavoro, né nella formazione professionale.

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L’andamento altalenante dei dati che ho citato a me sembra mostrare come, pur essendo cambiato il mercato del lavoro con l’introduzione del Jobs Act, non sia cambiata l’occupazione, la cui inerzia è rimasta piuttosto stabile. A tutta prima sembra il classico scenario gattopardesco, quello del ‘bisogna che tutto cambi perché nulla cambi’, ma se si guarda bene è forse solo l’ennesima fase di transizione che assume nella pratica le fattezze di una stabilità conservatrice e difficile da sradicare.
‘Sono un conservatore in un paese in cui non c’è niente da conservare’, diceva Leo Longanesi alla fine della seconda guerra mondiale col suo fare da bastian contrario. A distanza di molti anni pare che l’oggetto della conservazione abbia perso d’importanza, con ciò non impedendo allo spirito conservatore di esercitare la propria capacità di manifestarsi. Ne sia esempio la strenua resistenza delle diverse rendite di posizione consolidate che prosciugano energie e attenzione al punto da nasconderci gli interessi di chi non ha rappresentanza, come quei dieci milioni di persone che lavorano in nero, non trovano lavoro e non studiano, che il prof. Ricolfi ha chiamato Terza società e che giacciono dai più dimenticati.

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