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Sulla fedeltà fiscale

Si dice spesso che in Italia le cose non vanno bene perché le istituzioni non funzionano bene. Si sente spesso dire che se gli enti governativi e quelli amministrativi fossero meglio organizzati ed offrissero di sé un’immagine e delle performances migliori, i cittadini seguirebbero a ruota. Sarebbe l’inizio di un circolo virtuoso, e chissà poi a cosa si potrebbe puntare in una siffatta piccola utopia.

A qualcuno questo potrebbe sembrare un discorso idealista e ozioso, e sinceramente anche io, nei giorni più difficili, guarderei con una certa ritrosia ad una descrizione tanto determinista della realtà. C’è invece chi considera l’assunto di istituzioni migliori come un traguardo raggiungibile, e da qui è partito per studiare uno degli aspetti insieme più privati e pubblici della vita di ciascuno di noi: la fedeltà fiscale.
Dei ricercatori hanno infatti condotto uno studio in cui viene comparata la tendenza all’onestà e alla obbedienza alle norme fiscali in due paesi tra loro molto diversi, cercando di isolare la sola componente culturale come determinante di comportamenti onesti o disonesti di fronte al Fisco. I paesi messi a confronto sono la Svezia e l’Italia ed i risultati di questo esperimento condotto tra il 2013 ed il 2014 sono per certi versi molto sorprendenti. In pratica, messi di fronte ad un medesimo sistema fiscale, i cittadini dei due paesi raggiungono livelli di evasione ed elusione tra loro molto simili, facendo registrare differenze risibili e un atteggiamento comune, che premia la coerenza, la certezza e la trasparenza interna di un determinato sistema fiscale nella gestione dell’aspetto ridistribuivo e nella comminazione delle pene ai trasgressori. Una realtà controintuitiva, se ci lasciamo influenzare dagli stereotipi che caratterizzano i due popoli. Ma i ricercatori hanno rilevato che medesimi livelli di fedeltà fiscale non significa medesimi stili di comportamento. In particolare – e qui la cosa si fa interessante – mentre gli svedesi sembrano propendere per la totale onestà o la totale disonestà delle proprie dichiarazioni, gli italiani tendono ad essere più moderatamente disonesti, ma in maniera uniforme, e quindi evitano più spesso comportamenti radicali, come la dichiarazione nulla o totale del proprio reddito, preferendo sempre nascondere al fisco una percentuale più o meno grande delle proprie entrate. La cosa interessante, oltre l’attestazione della diffusione dell’evasione fiscale, è che chi trasgredisce con moderazione vive il proprio comportamento con malleabilità e autoindulgenza, proiettando un’immagine di sé accettabile e non corrotta. Uno stereotipo che riguarda italiani e svedesi può aiutarci a comprendere questa differenza comportamentale, ovvero l’atteggiamento che i due popoli tengono di fronte al consumo di alcol: mentre la gran maggioranza degli italiani si concede con piacere e moderazione un bicchiere di vino ai pasti, gli svedesi si biforcano piuttosto tra grandi bevitori e grandi astemi. Chiaramente un comportamento come quello degli italiani è molto più difficile da sradicare, perché diffusissimo e non vissuto come una trasgressione o un problema, ma semmai come un dato strutturale e poco influente. Con l’accortezza e la regolarità che usiamo per versare un buon Chianti commettiamo piccoli illeciti o disonestà, che si tratti di non pagare il biglietto sull’autobus come di eludere le imposte; e se bere buon vino con moderazione fa bene alla salute, commettere atti illegali di piccola entità indebolisce ogni giorno e sempre un po’ di più il sistema. Senza che ce ne accorgiamo.

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