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Lapostrofo in radio. La memoria di Adriano

Lavorare in un ambiente creativo è un mantra di tutte le imprese più grandi e importanti, soprattutto se impegnate nel settore hi-tech. Costruire sedi di lavoro che siano pensate esplicitamente per favorire l’interscambio di conoscenze, la germinazione di nuove idee e che consentano ai dipendenti di vivere piacevolmente la propria giornata è un aspetto ormai irrinunciabile per tutte le compagnie più avanzate. Così, se nelle sedi Google gli uffici sono caratterizzati da una elevata promiscuità tra spazi di lavoro e relax e c’è sempre un bar, un ristorante, un angolo ristoro o una caffetteria nei paraggi, a Facebook hanno deciso di interpretare la propria mission aziendale in maniera radicale, costruendo un unica stanza da 130 mila metri quadri – sul cui tetto è ospitato un vero e proprio giardino con alberi e sentieri – in cui le migliaia di persone che lavorano in azienda possano essere sempre fisicamente una in contatto l’una con l’altra. Per non parlare, poi, della prossima sede Apple, un enorme anello di cristallo immerso nel verde, in cui lavoreranno oltre diecimila persone.

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Lo stabilimento Olivetti di Pozzuoli

Molte di queste sedi sono concepite con una grande attenzione al tema del risparmio energetico e del rispetto dell’ambiente, con giardini e piante dentro e fuori dagli uffici, pannelli solari, e proprie centrali di produzione elettrica da fonti rinnovabili. La costruzione di queste sedi è spesso affidata ai più importanti architetti del mondo e molto spesso uno dei principali materiali usati nella loro costruzione è il vetro.
Visti dall’Italia questi sembrano resoconti da Cronache Marziane, non tanto per quel che attiene alla sede in sé, quanto piuttosto per l’aspetto legato al ruolo del lavoratore, che ‘da noi’ deve lavorare. Punto.
Eppure, proprio in Italia una nuova concezione del lavoratore, simile a quella che sembra caratterizzare gli esempi di cui sopra, si era fatta strada con grande anticipo alla metà dello scorso secolo, trovando una materiale realizzazione nelle fabbriche di Adriano Olivetti. Luoghi di lavoro pensati per essere prima di tutto belli e piacevoli per chi li frequentava ogni giorno, che dovevano offrire al lavoratore possibilità di formazione e accrescimento culturale – al punto che le biblioteche interne erano fruibili anche durante l’orario di lavoro -, che ponessero dirigenti e operai su un medesimo piano di comunità, che fossero solo un elemento di un più complesso sistema di creazione di benessere per tutti (detto tra parentesi, gli operai Olivetti sono stati i metalmeccanici meglio pagati al mondo e avevano, tra le altre cose, casa, trasporti, assistenza medica, corsi di formazione e asili gratuiti), gli stabilimenti dell’Olivetti sono stati un incredibile anticipo di futuro.

La concezione di Adriano Olivetti era sminuita, anche a causa della sua visione fortemente politicizzata della fabbrica, col termine di utopia, ma i dati dicevano che la produttività delle linee, a Ivrea come a Pozzuoli, non aveva pari e il coinvolgimento di persone provenienti da esperienze culturalmente eterogenee – non solo ingegneri, alla Olivetti lavorarono poeti, filosofi, sociologi e urbanisti insigni – diede luogo ad una irripetibile esperimento umano e sociale. Lo sguardo dell’ingegnere era d’altronde fisso al futuro, e non potrebbe spiegarsi altrimenti il fatto che la divisione elettronica dell’azienda inventò il primo personal computer.
Lunedì 11 aprile è stato l’anniversario della nascita di un uomo che nella memoria comune sconta spesso i poco lusinghieri esiti di un’azienda che, senza la sua guida, alla lunga non è riuscita a proseguire il cammino tracciato.
Questa puntata è un omaggio per ricordare quell’uomo.

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